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Tu sei qui: Territorio e AmbienteI colori del tramonto positanese riflessi in un post sussurrato di Claudio Baglioni

Territorio e Ambiente

Positano, Costiera Amalfitana, Tramonti, Territorio, Bellezza

I colori del tramonto positanese riflessi in un post sussurrato di Claudio Baglioni

La bellezza estrema di questo fenomeno quotidiano ha riportato alla nostra mente un vecchio messaggio condiviso dal cantautore romano

Scritto da (Admin), domenica 6 dicembre 2020 18:24:35

Ultimo aggiornamento venerdì 21 maggio 2021 20:10:42

Sono passate poco più di 48 ore dall'uscita dell'ultimo album di Claudio Baglioni, che nella nostra redazione di Maiori non si ascolta altro. E cosa centra il famoso cantautore romano (e la sua musica, ndr) con le meravigliose immagini di Positano al tramonto, immortalate dal fotografo positanese Fabio Fusco?

Apparentemente nulla. Nel tempo Claudio ha regalato, a chi lo segue assiduamente anche sui social, dei meravigliosi post, contenuti di altissimo spessore e noi ne ricordavamo uno in particolare dove, senza nessuna immagine allegata, ci faceva vivere un tramonto di impareggiabile bellezza. Una riflessione al tramonto che tutti dovremmo leggere.

Bene, a distanza di quasi 9 anni da quel post, e dopo altrettanti tramonti vissuti, crediamo di aver, immodestamente, trovato l'immagine giusta per le parole di Baglioni, oggi quanto mai attuali:

«Non credo ai miei occhi. Un tramonto così non lo vedevo da tanto. Nuvole come grandi grondaie dipinte di rosso scaldate di arancio gonfie di grigio. Tante, giganti, in formazione. Una flotta aerea nell'aria asciugata del cielo. La pioggia era tutta per terra. Le nubi stavano lì appese, senza peso. Un magnifico affresco leggero come la bellezza. La mente volava più in alto senza zavorra. Quando hai troppi pensieri hai poche parole. E tutto si schiaccia, si strozza, si chiude in uno spazio da niente. In un tempo da poco. Quello che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Un'epoca piccola piccola. Non c'è stata abbastanza democrazia. Libertà di pensiero, sì. Esercizio della critica, sì. Della satira, sì. Ma scarsa condivisione. Nessuna vigilanza e crisi della rappresentanza. E chi ha deciso sono stati pochi. I "poteri forti". E chiusi. Però "potere" da verbo meraviglioso è diventato sostantivo arrogante. Così sostanzioso da stimolare l'appetito di alcuni autoreferenti. Non impiegati al nobile servizio dello Stato. Quindi di tutti. Ma padroni altezzosi. Oligarchi. Pochi. Sempre gli stessi. I ladri di futuro. I borseggiatori di presente. I ricettatori di passato.

Noi gente potremmo vivere molto meglio. Il tempo ci chiede solo di accompagnarlo. Non penso più che sia un avversario. Un nemico. L'eterno vincitore. Ci tiene, invece, compagnia. Ci indica cosa siamo diventati. Come siamo cresciuti. È uno specchio. Che ci dà solo buoni consigli. Che ci avvisa. Sul pericolo del ridicolo. Del diventare fantocci. Pupazzi. Bambole impagliate. Mummie. Che ci segnala la trappola del voler restare sempre quelli di prima. Non è il ritratto di Dorian Gray. Il tempo ci indica il tempo. È il metronomo per suonare con la giusta velocità la partitura della nostra vita. L'orologio per arrivare puntuali agli appuntamenti con l'esistenza. La sveglia per ridestarsi all'alba di ogni cambiamento. Il calendario per scoprire l'avvicinarsi delle stagioni. Il ciclo delle mutazioni. La rotazione delle ere. Senza di lui non avremmo tempo. Niente crescerebbe. Le piante. Gli alberi. I mari. Le coscienze. Intanto in tv dicono le solite cose. La recessione, la crescita zero.

Butto uno sguardo di fuori. Beata la luna che cresce e decresce e se ne sbatte di tutto. Qui sotto, al contrario, comanda il mercato. Ma il modello è degenerato. Fors'anche fallito. Cosa siamo diventati? Liberisti ma non liberali. Libertini ma non tanto libertari. Liberati ma non del tutto liberi. Incredibilmente ostaggi riverenti, osservatori indulgenti, discepoli assoggettati da una classe dirigente egoista e insipiente e che si ritiene indispensabile. Nessuno, però, è più qualificato del pensiero che esprime. L'idea è più grande dell'ideatore. L'ideologia è più longeva dell'ideologo. Nessuno dei secondi vince sulle prime. Una fondazione sopravvive al suo fondatore. Perché tutto va avanti. Anche con l'inesorabile lentezza complessiva degli istanti. Il futuro ha bisogno di tempo. Il giorno nuovo ha bisogno di un sole nascente.

Ormai è sera inoltrata. Intanto in tv i politicanti si danno sulla voce con la triste polemica di chi non ha argomenti e gioca sporco solo sull'ultima battuta o specula su una storia di cento anni fa. Ognuno porta acqua al proprio mulino ma forse nemmeno: al massimo la porta al proprio bidet. Allora la soluzione qual è? La rivoluzione è non mettere più se stessi al centro dell'universo. L'intuizione di Copernico. Noi, terra, non siamo il fulcro. Il sole è il nostro primo riferimento. E poi tutti gli altri soli. Anche quando le altre galassie ci creano troppe distanze e domande. Una rivoluzione è un rovesciamento di ordini. Un ribaltamento di priorità. La rivoluzione è sempre violenta? Sempre colorata? Chitarre e tamburelli? Maschere e balletti? Mah? Senza un ideale, dove si va? Si gioca alla guerra. Virtuale. Un videogame trasferito nella realtà. I guerrieri: un gruppetto che terrorizza cassonetti, vetrine e bancomat. E qualche macchina parcheggiata. Che affronta con sprezzo del pericolo, in cinquanta, un carabiniere da solo. Che lancia eroicamente sampietrini e bastoni contro un mucchietto di poveri cristi in divisa comandati confusamente a riceverli. Che zompa come una scimmia drogata davanti a una camionetta che va a fuoco. Che è contro chi? Il regime, il mondo, il sistema? Il sistema reale sa essere molto più crudele con chi è solo stupidamente feroce. E il metodo non sa applicarsi a niente di nuovo. Ma l'insieme si rannicchia su una procedura tradizionale e debole. E il settimo, potente Paese del mondo invoca, nervosamente, leggi speciali. Dopo una bravata da tifoseria teppista all'uscita da uno stadio.

Dove sta il sacrificio. il merito, il lavoro? Quello che non vogliamo più fare e lo fanno gli stranieri immigrati e noi ci arrabbiamo con loro perché ci rubano il posto. Che non possiamo più avere come certo. Questione culturale + Educazione occidentale ci hanno confuso le incerte certezze. Insieme a Televisione, Pubblicità, Quiz a premi, Reality. E ancora parliamo di vecchia obsoleta politica: destra e sinistra, comunisti e fascisti. Conservatori e progressisti. Nel frattempo, chi comanda il mondo sono dieci società finanziarie. E in special modo il mercato ingiusto. La speculazione immorale. E proliferano il gioco. Il poker. Le lotterie. Le scommesse. Invece di costruirci un destino, tentiamo la sorte.

E lo slogan subdolo "Lavora-Produci-Compra-Indébitati-Consuma-Ricomincia". Se prendi quel volantino e lo leggi, sei stregato per sempre. E impari a contare fino a cifre fantastiche anche se conti niente nell'urna immensa del superglobo. Ma va da sempre così. E tutti ruotiamo racchiusi in un bussolotto. Eppure, malgrado il poco che ognuno di noi è, i soli possibili cambiamenti si fanno su piccoli numeri. Ripenso a un me di tanti anni fa. Confuso e occhialuto nei cortei. Ora come allora faccio fatica a capire. Quanti errori abbiamo fatto nel progetto della casa comune. Non c'è spazio abbastanza. E tutti soffriamo di claustrofobia. Non c'è aria. E spesso sentiamo un senso di soffocamento. È pure un po' buia. E ancora cerchiamo la luce. Un ultimo grido di sole si aggrappa sul bordo dell'orizzonte. Un fuoco stremato a tenere lontane le belve dell'inverno. È uno strano momento. Anche se uniti più da una necessità che da un'idea restiamo vicini. E se, in qualche punto della notte, tu mi leggi io non sono solo. Posso ascoltare il tuo stesso silenzio.»

 

Foto: Fabio Fusco 06/12/2020

Testo: Claudio Baglioni 14/11/2011

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